
Che il mercato occupazionale italiano non stia godendo di un buono stato di salute, è abbastanza noto. C’è tuttavia chi, all’interno del comparto professionale, sta soffrendo la crisi in maniera ben più incisiva del resto dei “colleghi”: i giovani under 35, che negli ultimi quattro anni hanno visto il numero degli occupati nei lavoro giovani diminuire di quasi un milione di unità.
A dirlo è il Censis, secondo cui nel corso del 2010, un giovane su quattro – di età compresa tra un minimo di 15 anni e un massimo di 29 anni – non studiava, né lavorava. Una percentuale piuttosto preoccupante, che va ad aggiungersi alle previsioni in merito al futuro occupazionale degli under 35, che contribuiscono a elevare l’Italia nel ben poco invidiabile primo posto all’interno del Continente, in merito al numero di giovani senza occupazione o impegno, sul totale della popolazione.
A preoccupare è soprattutto il dato sui giovani “scoraggiati”: in Italia la percentuale di giovani tra i 15 e i 24 anni è pari all’11,2%, che sale al 16,7% se si eleva l’età anagrafica tra i 25 e i 29 anni. La media europea è invece sensibilmente più bassa, pari a soli 3,4 punti percentuali per gli under 25, e a 8,5 punti percentuali per gli under 30.
Ma non solo: a soffrire delle criticità economiche, e sul piano occupazionale, è anche la fascia di età più “anziana”: i giovani compresi tra i 35 e i 44 anni. In questa fascia, infatti, negli ultimi quattro anni si sono persi ben 100 mila posti di lavoro, con un calo dell’occupazione pari a 1,4 punti percentuali. Di contro, anche se potrebbe sembrare un paradosso, a soffrire meno della crisi occupazionale sono le generazioni più mature, visto e considerato che gli over 45 hanno visto ampliare la propria gamma di occupati (proporzionalmente) di 7,2 punti percentuali, con una proporzione che sale a 12,9 punti percentuali per gli over 55.
Il “male” fondamentale del mercato del lavoro italiano è pertanto costituita dalle condizioni dei più giovani e, in particolare, dai Neet (cioè, coloro che non studiano, né lavorano): dall’inizio della crisi economica il loro numero è continuato a crescere in maniera costante, giungendo a 20,5 punti percentuali alla fine del 2009, a 22,1 punti percentuali alla fine del 2010, e ora in grado – probabilmente – di superare quota 23,5 punti percentuali alla fine dell’anno in corso.
Di contro, chi trova un lavoro lo fa, spesso e volentieri, con evidenti condizioni di precarietà. Dopo due anni di crescita dell’occupazione a tempo indeterminato, infatti, la proporzione di chi può vantare un contratto di questa categoria è calata di 1,3 punti percentuali nel 2010, e di 0,1 punti percentuali nel primo semestre 2011. Cresce quindi il lavoro a termine, con uno sviluppo di 1,4 punti percentuali nel 2010, e di 5,5 punti percentuali nel primo semestre 2011.