
È rottura tra Confindustria e le principali parti sindacali. Nel corso delle ultime ore una serie di botta e risposta tra la presidente Emma Marcegaglia e i leader delle associazioni di rappresentanza dei lavoratori hanno di fatto sancito la rottura delle relazioni tra i diversi fronti impegnati a contribuire alla riforma del lavoro in atto per opera dell’esecutivo Monti.
Ad accendere la miccia è stata proprio la Marcegaglia, che riferendosi ai sindacati ha dichiarato: “Vorremmo un sindacato che lotta anche fortemente con noi per tutelare il lavoro, ma che non protegge assenteisti cronici, ladri e chi non fa bene il proprio lavoro”. Di qui, una risposta immediata da parte dei sindacati, con la Cgil che – attraverso Fulvio Fammoni – ha immediatamente replicato alle dichiarazioni di Confindustria ribandendo l’offensività delle affermazioni (offensività ribadita poche ore dopo dalla segretaria Camusso).
Anche la Cisl si è poi detta fortemente risentita delle dichiarazioni della presidente degli industriali. “Non so di quale sindacato parla la Marcegaglia” – ha infatti dichiarato Raffaele Bonanni – “La mia organizzazione si è sempre presa le proprie responsabilità di fronte alle scompostezze degli imprenditori e pure di alcune realtà sindacali”. Durissima anche la reazione della Uil, con Luigi Angeletti che dichiara: “La Uil non protegge assenteisti cronici né ladri. Gli imprenditori possono dire altrettanto?”
Sollevato il polverone, Marcegaglia ha poi ripiegato su posizioni più miti: “Nessuna mancanza di fiducia e rispetto nei sindacati confederali” – ha dichiarato la leader di Confindustria –“ con i quali abbiamo firmato l’importante accordo del 28 giugno sul lavoro e con i quali stiamo conducendo una trattativa seria e costruttiva”.
Contribuire a rinvigorire i già accesi animi Sergio Marchionne, che nelle ultime ore ha ipotizzato un clamoroso rientro di Fiat in Confindustria, qualora alla presidenza venga scelto Bombassei, definito “innovativo e votato al radicale cambiamento dell’associazione”.
Insomma, il clima intorno alla riforma del lavoro è tutt’altro che pacato, rinvigorendo le ipotesi di una revisione assunta dal governo, anche in caso di disaccordo delle parti in causa.