Il tema della successione a Mario Draghi alla guida della Banca d’Italia sta diventando sempre più importante e centrale nei salotti politici del nostro paese. Ieri ne hanno discusso tra loro il presidente Napolitano ed il ministro Tremonti. Poi quest’ultimo ne ha ulteriormente parlato con il presidente del Consiglio Berlusconi.
La procedura d’elezione prevede che il nome del candidato sia fatto dal premier, per poi essere valutato dal Consiglio superiore di Bankitalia e dal Consiglio dei Ministri.
Infine il nome passa al Presidente della Repubblica chiamato ad approvarlo, a propria discrezione, e poi ad emanare il decreto di nomina. Un ruolo quello di Napolitano tutt’altro che passivo e meramente burocratico.
Il Capo dello Stato si è, come di regola, astenuto dal manifestare preferenze sui candidati ma ha ribadito l’assoluta necessità di rispettare l’indipendenza della Banca d’Italia.
Il nome più papabile per sostituire Draghi, che dal primo novembre occuperà la presidenza della Bce, resta quello di Fabrizio Saccomanni, attuale direttore generale di Bankitalia, e in un certo senso successore naturale alla carica. Ma ultimamente, secondo il vecchio ed abusato gioco delle poltrone e del potere, sono iniziate a filtrare voci poco incoraggianti lungo i corridoi della politica. Parte del centrodestra sembrerebbe voler rimettere in pista, oltre a Vittorio Grilli, direttore generale del Tesoro e candidato preferito di Tremonti, anche Lorenzo Bini Smaghi, membro italiano della Bce.
In Italia quale che sia la carica da assegnare, quale che sia il ruolo da dover svolgere, sembra che non ci sia scampo. Affidabilità e competenza sono le ultime caratteristiche da ricercare nel soggetto. L’importante è solo puntare i piedi, ribadire la propria influenza e, se possibile, mettere un proprio uomo ad occupare il posto giusto.