Lagarde: Non scommetterei contro l’Italia

Lagarde

“Non scommetterei contro l’Italia” – ha dichiarato il direttore generale del Fondo Monetario Internazionale Christine Lagarde durante un recente intervento mediatico. Le msiure del governo Monti potrebbero essere “la luce in fondo al tunnel europeo”, ha poi aggiunto il direttore del Fondo al Wall Street Journal, esprimendo di fatto grande apprezzamento per l’operato dell’esecutivo italiano non solamente per quanto concerne i conti nazionali, per per la stabilità e il rilancio di tutta l’economia del Vecchio Continente.

Secondo Lagarde, tuttavia, nonostante qualche segnale positivo, è fortemente necessario che l’Unione Europea rafforzi il firewall anti-crisi, senza il quale anche l’Italia è a rischio, dopo la Grecia. “Non ho la minima sensazione” – ha infatti affermato il direttore – “che ciò stia succedendo. Ma la crescita è bassa, il debito molto alto e così credo sia nell’interesse dell’Europa fermare il contagio”.

Sul premier Monti, Christine Lagarde ricorda come “non essendo un politico, ha il coraggio di realizzare misure molto dure come aprire alla concorrenza, rimuovere molte costrizioni dell’economia, portare più flessibilità nel lavoro”. Sul fronte americano, Christine Lagarde rivela come la stima del 1,8% potrebbe subire qualche variazione. “Rilasceremo nuove stime tra circa un mese, e non mi sorprenderebbe se la crescita supererà la nostra ultima previsione”. La ripresa sta migliorando, ha poi ribadito il direttore, anche se Washington dovrà prima o poi fare i conti con “i problemi di lungo termine del deficit e del debito”.

Sull’Europa, infine, Lagarde ha dichiarato come i rischi di un’acutizzazione della crisi siano per il momento stati scongiurati, esprimendo un commento molto positivo circa gli straordinari livelli di adesione dei creditori privati allo swap sui titoli di debito greci.

Cina, crescita economica rivista al ribasso

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Anche la Cina deve fare i conti con un rallentamento delle proprie mire espansionistiche (fortunatamente, solo economiche). Stando a quanto affermato dal premier Wen Jiabao, infatti, il tasso di crescita della produzione interna lorda del gigante asiatico si fermerà intorno ai 7,5 punti percentuali, con un traguardo che – per la prima volta dal 2004 – è pertanto posto al di sotto dell’invidiabile asticella degli 8 punti percentuali.

Nel suo rapporto presentato all’Assemblea nazionale del popolo, il primo ministro ha infatti ricordato come la debolezza della domanda sui principali mercati partner della Cina, come l’Europa o gli Stati Uniti, provocherà degli influssi negativi sul trend di sviluppo della produzione interna lorda del Paese. Per il 2012, in proposito, Wen Jiabao evidenzia come l’obiettivo di crescita del commercio estero sia stato ridotto al 10%, mentre nel 2011 l’export riuscì a crescere del 20,3%, e l’import del 24,9%. Particolarmente arduo sarà inoltre l’impegno profuso nel contenere l’aumento dell’inflazione entro il 4%, vero e proprio “comandamento” dell’esecutivo cinese, che ha visto il tasso di incremento dei prezzi al consumo schizzare al 5,4% nel corso del 2011.

In virtù dei (grandi) numeri di cui sopra, la Cina sembra aver riequilibrato i propri auspici di sviluppo, anche occupazionali: Wen Jiabao promette ora la creazione di “soli” 9 milioni di nuovi posti di lavoro, contro precedenti obiettivi superiori ai 12 milioni di unità. Una frenata complessiva che adesso rischia di minacciare l’intero sviluppo dell’economia globale, in questi anni trainata proprio dalla locomotiva cinese, che aveva garantito l’adeguata spinta al motore internazionale.

Sul medio termine, il premier ha ricordato come sia auspicabile un mantenimento della crescita al di sopra del 7% almeno fino al 2015.

Titoli greci “spazzatura” per Moody’s

Moody's declassa ancora i titoli greciI titoli greci? Sono semplicemente “spazzatura”, almeno per l’agenzia di rating Moody’s, che ha ridotto al livello più basso (“C”) il rating sul debito sovrano di Atene dopo l’accordo che è stato raggiunto giovedì scorso con l’Unione Europea sul piano di salvataggio da 130 miliardi di euro. Un giudizio che era stato fondamentalmente anticipato dalle più importanti colleghe di Moody’s (Standard & Poor’s e Fitch), che avevano di fatto sostanzialmente affermato il default del Paese.

E’ d’altronde vero che vi siano ben poche sorprese riguardo tale comportamento da parte dell’agenzia di rating. Il finanziamento promesso dalla troika (UE – BCE – FMI) con lo swap degli attuali titoli detenuti dalle banche e dai creditori privati, con nuovi titoli dal valore nominale pari al 53,5% di quelli precedenti (che diventa oltre il 70% tenendo in considerazione le quote interessi) equivale di fatto a un default vero e proprio. Una ristrutturazione del debito così pesante che è stata agita per evitare il fallimento, ma che non può che essere contemporanea certificazione dell’insolvenza del Paese.

Di qui, la decisione dell’agenzia di rating di promuovere il radicale taglio dei titoli, con declassamento a “junk”, spazzatura. Non solo: secondo Moody’s la Grecia dovrà ricevere il via libera dall’Eurogruppo e i titolari delle obbligazioni statali dovranno aderire alla stessa intesa entro la data del 12 marzo. Pertanto, anche dopo l’ok dell’Europa, Atene rischia comunque il default (formale) nel medio termine.

Proprio in merito allo swap sui titoli, segnaliamo come la Consob abbia già inviato una lettera ad Abi, Assosim, Assoreti e Federcasse perchè le banche forniscano una informazione quanto più accurata possibile alla propria clientela, evidenziando quanto sta accadendo (in Grecia non esiste un prospetto informativo sui titoli, equivalente a quello italiano).

Grecia, per Papademos è arrivato il “punto zero” crisi lavoro, 15,000 i licenziamenti.

Grecia: lacrime amare per il popolo greco ormai giunto al punto zero. E' quello che afferma Papademos, primo ministro greco che per salvare i conti pubblici del paese è stato costretto a licenziare 15,000 statali.

Grecia – Licenziamenti: Papademos parla al popolo greco affermando che il paese è ormai giunto al punto zero. I sindacati sono in rivolta per il licenziamento di oltre 15,000 statali. Il governo si è giustificato col fatto che questo tipo di misure drastiche sono volte ad evitare il fallimento immediato ed incontrollato, che potrebbe portare la nazione greca al caos economico e a forti rivolte sociali. Papademos ha inoltre parlato del modello economico greco, perpetrato per anni e rivelatosi sbagliato alla fine dei giochi, portando il paese ad uno stato finanziario comatoso.

Grecia – Crisi lavoro: 15,000 licenziamenti tra gli statali, sindacati in rivolta, il popolo greco è sempre più povero e affamato. Si teme per la stabilità del paese ma Papademos a sua discolpa dichiara che senza questo tipo di misura la nazione greca averebbe avuto difficoltà a procurarsi persino i generi di prima necessità o a pagare per il corretto funzionamento di scuole e ospedali, corrispondere pensioni agli ex lavoratori e fornire medicine. Nel chiedere il voto ai parlamentari dei due maggiori partiti greci, il Presidente del Consiglio greco ha invitato i partiti a votare sulle misure d’austerità e il popolo greco a reagire difendendo la posizione della nazione greca all’interno dell’euro. Secondo il primo ministro infatti non ci sarebbe alternativa.

Grecia – Crisi lavoro: La crisi si fa sempre più profonda dunque, i 15,000 licenziamenti sono stato il frutto di una manovra fatta di lacrime e di sangue. Il Presidente del Consiglio greco chiede sacrifici ai suoi cittadini al fine di risanare il debito pubblico. L’alternativa al sacrificio infatti sarebbe il default, ovvero una lenta agonia senza alcun controllo. Nonostante le richiede del primo ministro c’è già qualche deputato che pensa di votare contro. Come finirà la Grecia? Il “punto zero” è ormai giunto, speriamo tutti in una ripresa.

Elezioni in Tunisia: l’affluenza alle urne ha superato il 90%

La Tunisia al voto. Più del 90% degli aventi diritto si sono messi in fila dalle prime luci dell'alba davanti ai seggiQuesto week end il risultato raggiunto in Tunisia è di portata storica e fa ben sperare per il futuro democratico del paese magrebino.
Sette milioni di cittadini erano chiamati alle urne per eleggere i 217 rappresentanti della nuova assemblea costituente. Assemblea che avrà il compito di redigere una nuova costituzione democratica dopo i 23 anni del regime autoritario di Ben Ali. Regime durante il quale le elezioni si risolvevano sempre in plebisciti fittizzi costruiti ad arte.

Dopo nove mesi dalla cacciata dell’ex presidente Zine el-Abidine , più del 90% degli aventi diritto si è recato fin dalle prime ore dell’alba davanti ai seggi, aspettando pazientemente il proprio turno per festeggiare con il diritto di voto la primavera araba e soprattutto la primavera tunisina. Per tutto il giorno uomini e donne hanno inondato i social network con foto e messaggi gioiosi che testimoniavano l’importante momento di svolta del loro paese.

Lo scenario politico locale è estremamente frammentato, si contano fino a 116 tra partiti e movimenti che hanno presentato una propria lista. Ma, in base ai primi dati ufficiosi che cominciano a circolare, si profila una grande affermazione da parte dei filo-islamici moderati di Ennhada. Un risultato talmente netto che persino le forze laiche avrebbero già ammesso la vittoria degli avversari. “Ci inchiniamo alla volontà popolare”, è stato il commentato ufficiale di Maya Zribi, segretaria generale del Pdp, il Partito Democratico Progressista. “Con le cifre di cui disponiamo, constatiamo una tendenza a favore delle liste islamiche, e i limitati risultati conseguiti da parte nostra”.Noi, dall’altra parte del Mediterraneo non possiamo che augurarci che questa primavera tunisina continua, permettendo la crescita di uno stato sempre più forte e libero.

Grecia: il parlamento approva l’austerity

Il primo ministro greco Papandreou sta cercando di guidare il paese in questo periodo di grave crisiNonostante le 48 ore di sciopero generale, le proteste e gli accesi scontri di piazza, il governo greco ha continuato ad andare per la propria strada e, con 154 sì e 144 no, ha approvato il nuovo piano austerity. Il nuovo stretto giro di vite alle spese statali, che dovrebbe sbloccare la sesta tranche da 8 miliardi di aiuti internazionali.

Ieri è stata una giornata molto pesante per tutta la Grecia che ha visto durissime lotta in piazza tra anarchici e polizia, e  durissime lotte anche all’interno dei palazzi del potere. Mentre un operaio di 53 anni, rappresentante del sindacato comunista ellenico (PAME) moriva d’infarto, il premier socialista Georges Papandreou annunciava l’espulsione dal partito dell’ex ministro del lavoro Louka Katseli, reo di non aver votato tutti gli articoli della nuova manovra.
Il governo greco ha previsto una sforbiciata del 20% agli stipendi pubblici, una riduzione  delle pensioni e la ristrutturazione della pubbica amministrazione. Cira 30mila lavoratori statali finiranno in mobilità entro fine anno al 60% dello stipendio, in attesa di un nuovo lavoro o del licenziamento finale. Ed entro il 2015 avverrà il taglio di un quinto di tutti gli statali.

Il via definitivo e ufficiale alla sesta tranche di aiuti verrà dato domenica e con questa dovrebbero essere pagati gli stipendi di ottobre. Nonostante questa nuova manovra “lacrime e sangue” della Grecia, l’Unione Europea deve ancora mettersi d’accordo circa alcuni punti riguardanti il pacchetto d’aiuti previsti per lo stato del Mediterraneo. In particolar modo, sono ancora da chiarire il sacrificio da chiedere ai privati  ed  il ruolo e la consistenza del Fondo salva stati.

Hollande sfiderà Sarkozy

Hollande è il vincitore delle primarie di sinistra francesi. Sarà lui a sfidare Sarkozy alle prossime elezioni presidenzialiIl vincitore delle primarie francesi di sinistra è François Hollande. Il pacato ed anonimo politico d’Oltralpe ha sbaragliato la concorrenza con un sorriso ironico ed un basso profilo quasi esasperante; ha sconfitto l’aggressività più sfacciata dei suoi rivali con una finta umiltà.

Hollande ha vinto perché rappresenta l’anti-Sarkozy per eccellenza. L’attuale presidente francese è un uomo volitivo che si è fatto da sé, un politico che ha percorso tutta la scala del potere partendo dal basso, un outsider che ama i riflettori e non nasconde il proprio autocompiacimento.
Il candidato della gauche è invece il tipico politico francese, con la famiglia d’origine giusta, l’istruzione giusta, gli appoggi giusti e la giusta storia politica. Un diploma dell’Ena, la scuola d’elite dove viene educata e plasmata la classe dirigente francese. Padrini politici del calibro di Jacques Delors, François Mitterrand e Lionel Jospin. Una carriera fatta d’incarichi importanti ma mai eccessivamente esposti.
Hollande vuole essere il presidente della porta accanto. Sarkozy è il selfmade man, rincorso dai paparazzi, che ha sposato una delle modelle più famose al mondo. Il candidato di sinistra va in giro in bicicletta, ha condotto la propria campagna elettorale in auto con la sola compagnia dell’autista e, dopo 37 anni d’amore con la compagna-nemica Ségolène Royal, ora convive con una giornalista.

Il probabile prossimo inquilino dell’Eliseo sarà un uomo normale che normale non è. Un uomo che si prepara da tutta la vita a questo ruolo e che dietro una finta timidezza nasconde una volontà di ferro e la sicurezza di chi sta semplicemente prendendo il posto che gli spetta.

L’Onu denuncia: molti bambini tra le vittime della repressione in Siria

Da marzo 2011 n Siria si sta vivendo un periodo di grande confusione e violenzaNavi Pallay, l’Alto Commissario dell’Onu per i Diritti umani, ha lanciato un grave grido d’allarme: negli ultimi sette mesi, da marzo ad oggi, si sono registrate più di tremila vittime della repressione in Siria, e tra queste dovrebbero essere almeno 187 i bambini. Un numero spropositato di morti, causati da una politica liberticida e spietata. Una politica che finora è stata colpevolmente ignorata, se non addirittura sostenuta, dal resto del mondo. Così assorbito dalla crisi economica internazionale da farsi cieco e sordo di fronte alle grida d’aiuto di un intero popolo innocente, vittima del caos, dei giochi di potere e di una repressione armata che non ricorda precedenti simili.

L’Alto Commissario per i Diritti Umani ha lanciato un duro monito ricordando, tra l’altro, che gli attivisti dell’opposizione siriana sono stati vittime di “maltrattamenti, intimidazioni, minacce e botte, dentro e fuori il Paese”.
Navi Pallay, ex magistrato sudafricano, ha sottolineato l’ovvio. Ossia il pericolo che la politica violenta e dissennata di Bashar al Assad finisca col far precipitare lo stato mediorientale nella guerra civile. Ammettendo che ciò non si possa dire già avvenuto.
Il Commissario ha dunque lanciato un appello per l’organizzazione di un’iniziativa internazionale atta a proteggere la popolazione inerme.

E mentre il mondo e l’Onu sembrano finalmente prendere coscienza della gravità della situazione siriana, nel paese continuano le violenze.
Solo giovedì ci sono stati 36 morti, tra cui 25 militari. E tra le vittime civili, un manifestante è stato ucciso nella città di Homs mentre altri 10, tra cui un bambino, a Banashb.

Cesare Battisti rischia la “deportazione”

Cesare Battisti, l'ex terrorista, potrebbe presto diventare un cittadino indesiderato anche in BrasileLe lunghe e travagliate vicessitudini legali dell’ex terrorista Cesare Battisti non sembrano ancora finite.
Dopo il “No” definitivo alla sua estradizione, risalente ormai al 9 giugno scorso, lo stato brasiliano gli aveva concesso un visto di soggiorno permanente (22 giugno). Documento che il governo di Brasilia riserva solitamente a chi ha ricevuto asilo politico o rifugio e, in più, ha avuto almeno due visti di lavoro consecutivi con aziende brasiliane. Circostanze che non sono in alcun modo ascrivibili alla storia dell’ex appartenente al gruppo dei “Proletari armati per il comunismo” (Pac).

Il procuratore Hélio Heringer, consapevole di questa “curiosa” eccezione, ha preso la coraggiosa decisione di sollevare il caso, rinunciando a un più comodo silenzio e ad una più facile indifferenza.
Battisti fu condannato in Italia per crimini comuni e non politici. Ma non fu estradato nel nostro paese per una decisione prettamente politica, presa dall’ex presidente brasiliano Lula. Da qui la strana posizione di Battisti: rifugiato politico macchiatosi di crimini comuni.

Il Brasile si trova di fronte ad un caso scomodo e senza precedenti e, a questo punto, l’unica soluzione percorribile sembra essere la deportazione. Termine evocativo che sta semplicemente ad indicare l’espulsione del soggetto dal paese. Ovviamente egli non può essere rimandato in Italia. La scelta potrebbe ricadere dunque sulla Francia o il Messico, stati dove ha già vissuto. O ancora su una terza opzione che consisterebbe in un qualunque altro paese pronto ad accoglierlo, e ad assicurare la non estradizione verso l’Italia.
Un pastrocchio burocratico, l’ennesimo capitolo nella storia di un criminale ancora incredibilmente libero.

Libia: catturato uno dei figli di Gheddafi

Ribelli libici festeggiano la cattura di uno dei figli di GheddafiFinalmente i ribelli libici possono vantare la cattura di un membro della famiglia Gheddafi.
Nelle prime ore di oggi a Sirte sono risuonati spari in aria, fuochi d’artificio e grida di giubilo: i giovani protagonisti della primavera libica hanno festeggiato in questo modo la notizia della cattura di Mo’tassim, uno dei figli dell’ex dittatore. Centinaia di persone si sono riunite nella città vecchia, sventolando le antiche bandiere della Libia ed urlando “Dio è grande”. Le navi in porto hanno fatto riecheggiare le proprie sirene e per le strade si sono formati caroselli d’auto.

Dopo mesi di guerra e sangue gli infaticabili ribelli sono finalmente riusciti a mettere le mani su uno dei Gheddafi e questo non può che dare morale e slancio ai nuovi governanti libici ed alle forze armate che stanno ancora combattendo contro gli ultimi “fedelissimi” mercenari dell’ex rais.
La famiglia del dittatore, che ha sempre continuato a sostenere il proprio leader, era finora riuscita abilmente a sfuggire alla cattura e al legittimo giudizio di un popolo a lungo oppresso. Gheddafi e il figlio che gli funge da braccio destro, Saif Al-Islam, sono in fuga da quando Tripoli è caduta. La figlia Aisha ed i suoi fratelli Hannibal e Mohammed, insieme alla madre Safi e a diversi altri familiari, hanno trovato rifugio in Algeria dallo scorso agosto. Mentre un altro figlio, Saadi, è in Niger.

Secondo quanto riferito agli organi di stampa, Mo’tassim, che durante il regime fungeva da consigliere per la sicurezza nazionale, si è tagliato i lunghi capelli per cercare di non essere riconosciuto ed ha tentato di lasciare Sirte in auto. Evidentemente, senza successo.
La strada per una nazione libica libera e pacificata è ancora lunga, ma un piccolo passo avanti è comunque stato fatto.

Sarah Palin non si candiderà per le elezioni del 2012

Sarah Palin: ex governatrice dell'Alaska, ex candidata alla vicepresidenza ed idolo dei Tea PartyL’ex governatrice dell’Alaska, Sarah Palin, ha annunciato che non parteciperà alle primarie repubblicane.
Dopo essere salita alla ribalta mondiale nel 2008 come candidata alla vicepresidenza di McCain, la cosiddetta “mamma Orsa” da illustre sconosciuta è diventata ogni giorno più presente sulla scena politica americana. Fino a raggiungere, con le elezioni di metà mandato, l’apice della proprio popolarità e a diventare una delle eroine, uno dei volti simbolo, dei Tea Party.

Ma per candidarsi alle primarie, e quindi essere ritenuto un candidato all’altezza della Casa Bianca, ci vuole ben altro che qualche azzeccato slogan ultraconservatore, una famiglia numerosa alle spalle e delle foto con in braccio un fucile. E così, con l’avvicinarsi della resa dei conti, la figura della Palin è diventata sempre più sbiadita. Ella ha più volte dimostrato i propri limiti culturali e le proprie indecisioni, debolezze che ad un candidato donna, che non ha neanche un parente stretto ex presidente, l’elettorato americano sicuramente non perdonerebbe.
E così Sarah Palin ha saggiamente deciso di farsi da parte e l’ha annunciato in anteprima durante un programma radiofonico. “La mia famiglia viene prima di tutto e dopo molte preghiere e riflessioni ho deciso così”, ha dichiarato l’ex governatrice. In realtà ella sa bene di poter essere molto più utile alla causa rimanendo fuori dai giochi, criticando aspramente da bordo campo senza scendervi in mezzo. Ad un personaggio come la Palin è cucito perfettamente addosso il ruolo della disturbatrice dei democratici, e non quello di leader affidabile e credibile.

Nonostante la crisi e le evidenti difficoltà di Obama, il partito repubblicano sta faticando non poco a trovare un nome su cui puntare.
Il presidente in carica parte da sfavorito, ma i suoi avversari più temibili per ora sono gli americani insoddisfatti e preoccupati per il proprio futuro, non certo i candidati repubblicani.

Fitch e S&P declassano la Nuova Zelanda

Anche la nuova Zelanda subisce la scure delle agenzie di trading internazionaleIn questi giorni sembra non esserci pace per le finanze dei paesi sviluppati. Oltre all’Europa alle prese con l’incognita del default greco, la Cina con il restringimento del mercato manufatturiero, gli Stati Uniti con la disoccupazione ed il Giappone con la borsa in picchiata, ora ci si mette anche l’Oceania.

Mentre nella terra dei maori si stanno svolgendo i mondiali di rugby, sport preferito ed orgoglio nazionale della Nuova Zelanda, due delle tre principali agenzie di rating internazionali hanno annunciato il declassamento del paese.
La Fitch Rating e l’ormai tristemente nota Standard&Poor’s hanno rivisto al ribasso il rating sul debito a lungo termine della Nuova Zelanda. Questo infatti è sceso di un gradino, passando da AA+ ad AA, con outlook negativo. Inoltre la S&P ha ridotto anche la valutazione sul debito di valuta locale ad AA+ con oulook stabile.

Le pessime prospettive, secondo le due agenzie, sono dovute a più concause.
In primo luogo vi è l’elevato livello di debito estero rispetto alle altre nazioni sviluppate. Questo, alla fine dello scorso anno, risultava pari all’83% del PIL, rispetto al 10% medio delle altre nazioni con uguale rating. Inoltre, anche la crescita è inferiore alla media dei Paesi di pari merito di credito, essendo dell’ordine dello 0,7% annuo rispetto al +1,1% medio di riferimento.
In secondo luogo vi è anche anche l’incremento delle spese a seguito del terremoto di febbraio a Christchurch. Spese ovviamente necessarie ed inevitabili, nate dal verificarsi di una catastrofe naturale e non da una pessima pianificazione economica, ma si sa che il modo di ragionare all’interno della finanza è spietato e non ammette giustificazioni di sorta.

La Svizzera ripensa il nucleare

L'Europa rinucia al nucleare: dopo quelle tedesche sono destinate a chiudere anche le centrali svizzere.In seguito al disastro di Fukushima dello scorso marzo, sono stati molti i paesi europei che hanno cambiato approccio nei confronti dell’energia nucleare. La Germania, ad esempio, ha previsto la chiusura dei propri impianti, mentre il popolo italiano, contro il parere del governo, ha nuovamente risposto con un netto “NO” al referendum sull’argomento.
Ora anche la Svizzera, dopo mesi di discussioni interne e confronti, ha deciso di preparare un programma di smantellamento progressivo delle centrali, e ricerca nel campo delle energie rinnovabili.

I reattori elvetici dovranno essere chiusi entro il 2034. Si comincerà con Beznau I nel 2019, si continuerà con Beznau II, Muehleberg e Goegen dal 2022 al 2029, per concludere infine fra ventitre anni con la centrale di Leibstadt.
La Svizzera ha scelto di puntare sulle energie rinnovabili, continuando però a studiare il nucleare. In pratica verranno chiuse le vecchie centrali, non se ne costruiranno di nuove, ma proseguirà comunque la ricerca nella direzione di uno sfruttamento dell’atomo sicuro ed efficace.
Questo curioso dualismo riportato nel testo redatto dal parlamento è stato duramente criticato dalla sinistra ecologista perché, a detta dei suoi leader, “porta solo confusione quando bisognerebbe invece lanciare un segnale chiaro all’economia per far sì che investa subito nelle energie rinnovabili”.

Questa inversione di tendenza nel piano energetico, ovviamente, comporterà grandi costi per la Svizzera. La spesa sarà nell’ordine di 2,2-3,8 miliardi di franchi, equivalenti allo 0,4-0,7% del PIL nazionale annuo. Una spesa che però dovrebbe essere compensata da un incremento dell’occupazione nel settore rinnovabili, com’è accaduto in Italia, e da un risparmio sul prezzo dell’elettricità.

Obama attacca l’Europa

Barack Obama risponde a delle domande poste dagli utenti di LinkedInIl Presidente degli Stati Uniti Barack Obama pochi giorni fa ha partecipato ad una particolare conferenza stampa, in cui rispondeva in diretta alla domande poste dal pubblico via LinkedIn, un social network che riunisce i professionisti di tutto il mondo, attivi nei più disparati settori.
Una comunicazione senza filtri di questo tipo è destinata a mettere in difficoltà l’interlocutore e così è stato anche per il presidente a stelle e strisce. O forse era già previsto tutto dall’inizio, non lo sapremo mai. Fatto sta che l’inevitabile è accaduto, e puntale è arrivata la domanda sulla crisi mondiale. La questione è stata posta da un lavoratore americano, appena licenziato, che si lamentava dell’andamento dell’economia del suo paese.

L’inquilino della Casa Bianca, conscio dell’avvicinarsi delle elezoni presidenziali, previste nel 2012, ha risposto cercando semplicemente di far ricadere tutte le colpe sull’Europa. Secondo il presidente americano la UE sarebbe rea di una reazione troppo lenta ed a tutt’oggi inefficace alla crisi economica. Crisi che, a partire dal vecchio continente, si è allargata, travolgento tutto il mondo, Stati Uniti compresi.
Obama ha osservato che i governi europei non hanno saputo affrontare “le sfide e le difficoltà che il loro sistema bancario era chiamato a rispondere: tutto ciò è stato aggravato da quello che sta accadendo in Grecia”.
“I problemi mal risolti nell’Unione europea hanno superato i confini del continente, finendo per danneggiare anche l’economia americana”, ha chiosato.

A quanto pare le campagne elettorali sono uguali in tutto il mondo. Le colpe dell’Europa sono evidenti, ma scaricare l’intera responsabilità dei problemi interni degli Stati Uniti sull’economia europea è una mera semplificazione, atta a raccogliere i voti tra gli elettori meno informati e più ingenui.

In Cina il made in Italy è un flop

La sede cinese del centro commerciale Piazza Italia, che avrebbe dovuto rilanziare il made in Italy agro alimentareIl made in Italy agro alimentare, da sempre fiore all’occhiello della nostra produzione, è un flop in uno dei mercati più ricchi e grandi del mondo: la Cina.
Nei ristoranti più importanti e tra gli scaffali dei grandi magazzini di Pechino i nostri prodotti rappresentano solo una piccola percentuale, che viene surclassata in quantità e convenienza da quelli francesi e persino tedeschi.

Recente e clamoroso è stato l’insuccesso riportato da Piazza Italia, centro commerciale aperto nel lussuoso quartiere di Chaoyang nel settembre 2008. Il consorzio comprendeva Crai, Cavit vini, Grana Padano, San Daniele Service, Conserve Italia e Frantoi Artigiani, e doveva essere la prima tappa di una diffusione capillare sul territorio cinese.
Purtroppo sono bastati solo 14 mesi perché questo progetto si rivelasse essere un fallimento, con una perdita di sei milioni e debiti per quattro milioni e mezzo. L’idea di base era corretta: fare massa critica e mettersi in una location patinata. Ma arroganza e poca conoscenza del mercato hanno provocato il disastro. «La brutta figura italiana: facevate pagare generi da supermercato, pur ottimi, a prezzi di boutique…», ha chiosato senza mezzi termini il «China Daily».
E purtroppo Piazza Italia non è neanche l’unico caso di aziende o catene del ramo agroalimentare che hanno dovuto chiudere, ma è successo lo stesso a Caffè Parma e Gusto Menta. A salvarsi per ora sono solo Lavazza ed Illy, che smuovono però solo piccoli numeri.

Disastrosa anche la situaziona dei vini. In Cina si beve di tutto: dai francesi ai californiani, dai neozelandesi ai sudafricani, ma per assurdo pochissimi italiani. Le nostre etichette non sono diffuse, non sono conosciute e spesso sono troppo care. Poco vale il fatto che siano più buoni: mancanza di pubblicità adeguata ed un rapporto qualità prezzo squilibrato relegano i nostri vini in una minuscola nicchia di mercato.