
La pubblicazione dell’ultimo report di Unioncamere è occasione utile per cercare di compiere un pur breve approfondimento sulla situazione del mercato occupazionale italiano. Un mercato dove la libera professione e le attività imprenditoriali non mancano di certo, e dove – con un discreto dinamismo – si continuano a generare piccole o medie imprese, in gran parte ditte individuali, o società di persone composte da pochi partecipanti.
Tuttavia, a fronte di una dinamicità sicuramente positiva, l’analisi di Unioncamere riporta dati negativi per quanto concerne il tasso di mortalità, certamente troppo elevato per poter garantire un maturo sviluppo del tessuto socio imprenditoriale della Penisola: un numero straordinariamente alto di nuove attività imprenditoriali non riesce infatti a superare i primi anni di vita, chiudendo i battenti in via più o meno bonaria.
I dati forniti dall’istituto sopra ricordato ci dicono infatti che nel corso del periodo gennaio – ottobre 2011, le nuove iscrizioni presso le Camere di Commercio, Industria e Artigianato, dislocate su tutto il territorio italiano, sarebbero state oltre 340 mila unità; di contro, nello stesso periodo, le cancellazioni dal Registro delle Imprese sono state circa 285 mila unità, con un saldo positivo di circa 55 mila imprese.
Il primo dato che possiamo trarre è pertanto certamente ottimista: in un esercizio solare di gravissima crisi quale quello attuale, lo strato imprenditoriale italiano ne esce arricchito, con un numero di imprese maggiore rispetto a quello che aveva contribuito ad inaugurare l’anno: complessivamente (e tenendo in considerazione sia le ditte individuali sia le forme societarie, di persone o di capitali), le imprese della Penisola sono oltre 6,1 milioni di unità, con un trend in continua crescita.
Tuttavia, a fronte di questi dati certamente positivi, emerge un elemento di forte negatività, relativa all’andamento dei fallimenti: nel corso dei primi dieci mesi del 2011, infatti, hanno chiuso le proprie porte per fallimento circa 10.300 aziende, cioè più di 1.000 al mese. Di contro, il saldo positivo delle nuove imprese, è stato pari a poco più di 5.000 unità ogni 30 giorni. Una proporzione di un quinto, certamente rilevante, che nel prossimo anno rischia di essere acuito da una crisi che sembra ben lontana dal poter porre in essere i propri risvolti finali.
Come detto, una buona parte delle imprese di nuova costituzione risultano essere composte da ditte individuali o da piccole società di persone composte da due o tre soci. Una conferma di quanto il tessuto imprenditoriale italiano sia costituito da entità di ridotta dimensione, consolidando il “nanismo” che affligge le imprese della Penisola, incapaci di poter perseguire una strada di sviluppo anche solo lontana dai confini regionali o locali.









Quanti di voi hanno come sogno nel cassetto, quello di lavorare come piloti militari, ma non sanno bene qual è la strada da intraprendere?


