Assenteismo in Comune: 27 rinvii a giudizio

Le poltrone ingiustificatamente vuote nei nostri uffici pubblici sono un antico problemaL’assenza ingiustificata dal luogo di lavoro è una pessima abitudine difficile da debellare. In particolar modo i dipendenti pubblici, solitamente meno controllati, vengono spesso pizzicati lontani chilometri dalla propria scrivania. Ormai al riguardo si è andata accumulando una vera e propria aneddotica da far invidia al più fantasioso cabarettista. Dall’impiegata che invece di lavorare va a fare shopping al dottore capace di ubiquità, dal bidello col doppio lavoro alla dipendente delle poste praticamente invisibile. C’è solo l’imbarazzo nella scelta della storiella più tragicamente reale o involontariamente comica.

A tal proposito la cronaca di questi giorni riporta la notizia di ben ventisette rinvii a giudizio tra i dipendenti del Comune di Trani. Un vero e proprio esercito di sfaccendati accusati di assenteismo.
L’inchiesta della Procura della Repubblica nacque da una segnalazione del comandante della Polizia Municipale. Egli ricevette una telefonata che denunciava l’ingiustificata assenza di una dipendente dell’ufficio verbali.
Da quella telefonata sono partite delle indagini che hanno acceso i riflettori su di un malcostume locale che si protraeva da anni, tra l’indifferenza e la rassegnazione generale. C’è voluta dunque la denuncia telefonica di un utente giustamente esasperato per far luce su dei disservizi che ormai erano diventati la norma.
I fatti contestati vanno da gennaio 2006 a giugno 2007, e sono diversi gli uffici comunali interessati dall’assenteismo. Gli imputati risultavano regolarmente sul loro posto di lavoro, pur essendo altrove, grazie alla complicità di alcuni colleghi, anch’essi indagati, che avrebbero timbrato più cartellini contemporaneamente.

In seguito alle indagini è stato chiesto il rinvio a giudizio per 28 dipendenti. E la relativa udienza preliminare, iniziata lo scorso dicembre, si è conclusa ora con il decreto che dispone il giudizio per 27 imputati. Nel procedimento risulta parte offesa il Comune di Trani.

Chi succederà a Mario Draghi alla guida della Banca d’Italia?

Mario Draghi, presidente della Banca d'Italia in uscita, sarà presto alla guida della Bce Il tema della successione a Mario Draghi alla guida della Banca d’Italia sta diventando sempre più importante e centrale nei salotti politici del nostro paese. Ieri ne hanno discusso tra loro il presidente Napolitano ed il ministro Tremonti. Poi quest’ultimo ne ha ulteriormente parlato con il presidente del Consiglio Berlusconi.

La procedura d’elezione prevede che il nome del candidato sia fatto dal premier, per poi essere valutato dal Consiglio superiore di Bankitalia e dal Consiglio dei Ministri.
Infine il nome passa al Presidente della Repubblica chiamato ad approvarlo, a propria discrezione, e poi ad emanare il decreto di nomina. Un ruolo quello di Napolitano tutt’altro che passivo e meramente burocratico.

Il Capo dello Stato si è, come di regola, astenuto dal manifestare preferenze sui candidati ma ha ribadito l’assoluta necessità di rispettare l’indipendenza della Banca d’Italia.
Il nome più papabile per sostituire Draghi, che dal primo novembre occuperà la presidenza della Bce, resta quello di Fabrizio Saccomanni, attuale direttore generale di Bankitalia, e in un certo senso successore naturale alla carica. Ma ultimamente, secondo il vecchio ed abusato gioco delle poltrone e del potere, sono iniziate a filtrare voci poco incoraggianti lungo i corridoi della politica. Parte del centrodestra sembrerebbe voler rimettere in pista, oltre a Vittorio Grilli, direttore generale del Tesoro e candidato preferito di Tremonti, anche Lorenzo Bini Smaghi, membro italiano della Bce.
In Italia quale che sia la carica da assegnare, quale che sia il ruolo da dover svolgere, sembra che non ci sia scampo. Affidabilità e competenza sono le ultime caratteristiche da ricercare nel soggetto. L’importante è solo puntare i piedi, ribadire la propria influenza e, se possibile, mettere un proprio uomo ad occupare il posto giusto.

Google organizza il “Think Mobile”

Google è il motore di ricerca più utilizzato al mondo. La principale porta di accesso alla rete.All’interno della Triennale di Milano, Google Italia ha organizzato un evento dedicato al business della mobilità: il Think Mobile. Una giornata di workshop e conferenze per ribadire che, in un momento di grave crisi internazionale come l’attuale, la rete rimane l’ambito più redditizio in cui investire.
Ad essere in particolare espansione è proprio l’utilizzo del web tramite tecnologia mobile. Ed infatti non sorprende che Think Mobile abbia richiamato oltre 600 partecipanti in rappresentanza di 230 aziende.

Mentre il resto dell’economia arranca, il mercato di tablet e smartphone è più florido che mai. Secondo le stime del 2010, gli strumenti mobili hanno raggiunto quota 100 milioni di pezzi venduti contro i 90 dell’hardware tradizionale. E la tecnologia mobile non viene solo utilizzata come mero status symbol ma i suoi acquirenti e fruitori ne conosco a fondo le potenzialità. La metà di questi fa ricerche nella rete almeno una volta al giorno, ed 8 persone su 10 una volta a settimana.
Anche gli argomenti ricercati stanno variando rispetto a pochi anni fa. Una volta la rete era il regno della pornografia, ora la percentuale delle ricerche in questo campo è in netto calo mentre salgono arte e spettacolo, viaggi ed informazione. Internet si sta evolvendo da luogo di semplice divertimento a mezzo di accrescimento personale e professionale.

Google, per mantenere la propria posizione di dominio all’interno della ricerca in rete, continua a studiare e proporre novità ed aggiornamenti. Per quanto riguarda l’utilizzo del motore da tecnologia mobile spicca il riconoscimento vocale, utilizzabile per fare ricerche, inviare SMS, attivare le mappe ed il navigatore satellitare.

Certificato antimafia: è scontro tra Brunetta e Maroni

Il ministro Brunetta provoca l'ennesima polemica durante la presentazione del nuovo logo delle PARenato Brunetta, ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione, con una delle sue solite dichiarazioni sopra le righe ha nuovamente scatenato un putiferio. Durante la presentazione del nuovo logo della PA (Pubblica Amministrazione) il ministro ha dichiarato l’importanza, per superare la crisi, della semplificazione burocratica, della riduzione delle richieste di documenti ad aziende e privati. Fin qui niente di originale o non condivisibile, ma purtroppo il ministro è andato ben oltre, arrivando ad inserire nel calderone delle carte inutili anche “il certificato antimafia“.

Una dichiarazione del genere ha ovviamente smosso le critiche di molti sia a destra sia a sinistra. Primo fra tutti il ministro degli Interni Roberto Maroni che si è affrettato a rispondere, tramite un flash d’agenzia di stampa, “La certificazione antimafia non può essere modificata perché è uno strumento indispensabile per combattere la criminalità organizzata e, in particolare, per contrastare le infiltrazioni malavitose negli appalti pubblici”.
Sono stati interpellati in merito anche il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso ed il capo della procura di Palermo Francesco Messineo, quest’ultimo in particolare ha dichiarato che il certificato antimafia è “una complicazione inevitabile se si vuole precludere l’accesso a certe aree economiche a mafiosi o a collusi con la mafia”.

In realtà lo stesso Brunetta ha cercato di aggiustare il tiro: “Perché chiedere a un’impresa il certificato antimafia quando l’amministrazione lo può acquisire d’ufficio attingendo alle informazioni in suo possesso?”. Ma ormai la polemica era già scoppiata, una dichiarazione tanto avventata ci mette un secondo a creare un caso e non bastano mille smentite o rettifiche per riportare la calma. E questo il ministro della Repubblica dovrebbe averlo imparato ormai.