Economia, per Luigi Di Maio Draghi è un avvelenatore di clima

Luigi Di Maio spiega al Presidente della BCE, Mario Draghi, che cos’è lo “spread” e poi lo accusa di essere un “avvelenatore di clima”

Certo che dalla politica ci si può aspettare di tutto, tuttavia la correttezza istituzionale è un dato importante in una nazione civile. E questa prescinde dalle formazioni politiche; è un valore cui dovrebbero attenersi tutti. Specialmente quando, appunto, si parla delle figure istituzionali.

Nel momento in cui le istituzioni, sia nazionali sia europee, perdono il senso del rispetto, si generano processi difficilmente controllabili, si scade nell’insulto, nel banale, si aprono strade e scenari, derive che possono portare su terreni talmente delicati che si entra in conflitto con i fondamentali della democrazia.

Per Luigi Di Maio, che poco ne sa di queste cose, sia perché è molto giovane, sia perché non dotato di sufficiente senso dello Stato, è naturale dire che il Presidente della BCE Draghi “avvelena il clima e che è il momento di tifare Italia”.

Come se il Presidente dovesse dimostrare che non è vero che è preoccupato per l’economia italiana, e soprattutto che lo spread alto non è un brutto segnale per le banche, specialmente quelle italiane, che notoriamente non se la passano proprio bene.

Insomma, tutto bene Madama la Marchesa, perché il Vicepresidente del Consiglio italiano questo sostiene e quindi, a forza di ripeterlo, deve diventare un dogma. Non bisogna dire che le banche sono in pericolo, e quindi i risparmi degli Italiani.

Lo slogan, il mantra, ossessivo e un po’ puerile fino allo sfinimento è: noi andiamo avanti. Sì, ma dove? Dove siamo diretti? Con il consenso è possibile fare tutto, dire di tutto, chiedere l’impeachment del Presidente della Repubblica o parlare del Presidente della BCE come di un “avvelenatore” di basso rango?

E non stiamo parlando di cose di poco conto, stiamo parlando del futuro della nostra nazione, che si gioca su scelte di politica economica azzeccate o meno. Posto che, come risaputo, qualche problemino in termini di debito, di spread e di borsa lo abbiamo.

Ma niente: l’importante è attaccare, buttarsi avanti per non cadere indietro, demonizzare. Ecco, soprattutto demonizzare chi quattro conti li sa fare. Chi dice che due più due fa quattro e non tre.

Costoro vanno prima smentiti, poi delegittimati, poi demonizzati. “È il momento di tifare Italia”, chiosa Di Maio.

Appunto, come in uno stadio, col clima da stadio, con una folla plaudente e non pensante, inebriata non da un goal, ma da una frase, da un’invettiva, da una parolaccia su un tweet o su un social. La politica si è ridotta a questo? Migliorare vuol dire questo? Per il giovane e inesperto Vicepresidente del Consiglio, che di economia e finanza non ha gran pratica, bisogna levare alle banche per dare ai cittadini.

Vale a dire che bisogna punire le banche, e magari metterle in difficoltà. Chissà, forse fino a farle fallire.

Il problema è che con le banche, e nelle banche, ci sono le risorse, chi più chi meno, di tutti gli Italiani, i quali, guarda caso, sono forse i massimi risparmiatori d’Europa. Se le banche vanno male, se lo spread si alza, se i mercati vanno a picco, i primi a risentirne sono i più deboli.

Tutto il contrario di quello che dice o vorrebbe Luigi Di Maio. “Togliamo a banche e assicurazioni per dare ai cittadini, che non hanno avuto nulla”, è una frase senza senso che solo una persona che non ha mai lavorato può pronunciare con nonchalance.

Avrebbe a questo punto molto più senso una patrimoniale, anche consistente, che levi ai ricchi per redistribuire ai poveri. Questo sì avrebbe un senso, non la punizione del sistema bancario nazionale e internazionale. Ma in fondo, guardando e riflettendo su Rousseau, il misterico portale della Casaleggio e associati, non si può non pensare per un attimo a quello che disse Bertrand Russell dello stesso filosofo francese:

Il primo frutto di Rousseau furono in pratica il dominio di Robespierre, la dittatura russa e quella tedesca (specialmente la seconda). Quali ulteriori trionfi il futuro riservi al suo spettro, non mi avventuro a predire. Anche noi abbiamo paura ad avventurarci, francamente.

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